
In questi giorni i Consiglieri Comunali tutti hanno avuto un incontro in commissione per una consultazione con le associazioni del terzo settore; ARCI solidarietà, CESDI, e la Fondazione Caritas, mentre era assente l’ACLI. Tra le domande che sono state poste da alcuni consiglieri ai rappresentanti delle associazioni presenti, una è stata: “con quali finanziamenti erano sostenute le varie realtà intervenute”.
La Caritas ha affermato di avere un finanziamento pubblico che copre circa il 35% del fabbisogno e un contributo privato per il restante 65%, diversamente dall’ARCI e dal CESDI che utilizzano solo soldi pubblici, non avendo mai cercato altri tipi di finanziamenti privati. La prima impressione evidenzia come il pubblico in questi anni cerchi il privato affinché compartecipi alla vita pubblica, con l’intento di ridurre i costi, mentre alcune associazioni cerchino il pubblico come unica fonte di sostentamento, senza andare a trovare altre forme necessarie, utili a continuare il loro servizio verso la collettività. Ma mentre noi (M5S) cercavamo una strada utile a far comprendere l’utilità verso una partecipazione su un progetto condiviso, tramite il “Bilancio Partecipativo Sociale” affinché tutti insieme si possa contribuire ad un futuro welfare partecipato e condiviso, le domande del PD erano rivolte solo per dimostrare come fosse un errore ridurre i servizi, chiedendo alle organizzazioni se ritenevano il loro servizio utile e necessario. Ci piacerebbe conoscere chi risponderebbe che il proprio lavoro non sia utile.
La principale causa del servizio ridotto nasce dai tagli sul bilancio per le mancate entrate statali, che si aggirano intorno ai 15 milioni di euro, tagli che avevano messo in allarme le stesse associazioni che erano pronte a misurarsi con l’amministrazione, che non ha inizialmente ascoltato, consci della necessità di rivedere gli affidamenti. Da far notare come la Caritas abbia appreso volentieri la prospettiva di aderire alla stesura dei prossimi Bilanci sociali partecipati, mettendosi a disposizione. II Terzo settore, giuridicamente, può essere definito come l’ambito in cui agiscono soggetti giuridici collettivi privati che, senza scopo di lucro, no profit svolgendo attività di utilità sociale come espressione di solidarietà. Queste associazioni rientrano tra le organizzazione di volontariato (L. 11 agosto 1991, n° 266), sono definite nell’art. 2 – 1° c.: “Ai fini della presente legge per attività di volontariato deve intendersi quella prestata in modo personale, spontaneo e gratuito, tramite l’organizzazione di cui il volontario fa parte, senza fini di lucro anche indiretto ed esclusivamente per fini di solidarietà” .
Il loro scopo rientra tra attività di “solidarietà sociale” rivolte a persone in “stato di bisogno e svantaggio” tendenti ad offrire un valido supporto socio-assistenziale, sanitario, socio-riabilitativo-rieducativo e di tutela dei diritti, dando supporto prevalentemente esterno, anche se in maniera non esclusiva, a persone “esterne” in stato di bisogno. In genere l’attività viene svolta da volontari, con possibili presenze di personale dipendente e lavoratori autonomi, necessari al regolare funzionamento dell’organizzazione oppure per “specializzare” l’attività svolta, con reperimento finanziario tramite i contributi volontari, atti di liberalità, contributi pubblici, rimborsi derivanti da convenzioni ed entrate derivanti da attività commerciali e produttive avente un carattere “marginale”.
fonte: Movimento Cinque Stelle















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