
Tre anni dopo la morte di Gabrio Gentilini arriva la richiesta della Procura per omicidio preterintenzionale. il racconto della donna: «La nostra storia d’amore era come il film “La Grande abbuffata”, ma invece del cibo noi facevano sesso. L’abbiamo fatto in ogni luogo e in ogni spazio». A costare la vita a Gabrio Gentilini, 61 anni, cameriere con la passione per la musica, è stato l’ultimo di una lunga serie di giochi erotici estremi con la moglie Brigitte Skudlarek, 60 anni. Ad ucciderlo, il 14 maggio 2012, è stata la setticemia in seguito alla perforazione dell’intestino causata da un portarotolo di marmo con il quale la donna lo aveva sodomizzato due giorni prima.
«Lo avevamo comprato insieme per i nostri giochi erotici- racconta la donna – la forma era adatta e si poteva tenere in cucina sotto gli occhi di tutti: era il nostro segreto». A distanza di quasi tre anni da quella notte, il pubblico ministero Antonella Tenerani ha chiesto il rinvio a giudizio per la sessantenne. L’accusa è quella di omicidio preterintenzionale e violenza.
La richiesta del processo arriva ad un anno dalla chiusura delle indagini. L’inchiesta è ricostruibile dalle abitudini della coppia, i segreti, il movente dell’omicidio: la gelosia della moglie per i presunti tradimenti del marito e le somme di denaro che l’uomo avrebbe sperperato durante i suoi incontri extra coniugali.
Spiega l’indagata davanti agli psicologi che l’hanno ascoltata per verificarne la capacità di intendere e volere.
«Ci siamo conosciuti in un locale dove per mantenere degnamente le mie figlie facevo la cameriera e la ballerina. Mi sono subito innamorata di lui e l’ho seguito in Italia».
La coppia aveva preso dimora in un’appartamento in via San Giovanni al numero 16. Ed è lì che si è consumata la tragedia. A far scatenare l’ira della donna sarebbe stata appunto l’intensa gelosia. «Una volta – prosegue l’indagata – ho trovato un preservativo in macchina, un’altra volta un vestitino sexy dietro al letto: aveva portato una donna in casa quando io non c’ero…». È una rabbia che cresce nella donna un giorno dopo l’altro, fino ad esplodere la notte del 12 maggio.
«Era arrivato a casa a piedi un po’ ubriaco – ricorda – io sapevo che era stato con una prostituta, ero arrabbiata. Lui ha negato come sempre, ha detto che ci aveva solo parlato, come se non lo conoscessi. Ha detto che mi amava sempre. Ma io mi sono arrabbiata. Allora gli ho stretto i genitali forte, ero fuori di me ho urlato che visto che non potevo usare io il portarotolo lo avrebbe usato lui. Si è messo a ridere. Ma io l’ho fatto, ma devo aver sbagliato». Dopo il rapporto i due sarebbero addormentati: l’uomo nel letto, la donna sul divano.
«La mattina seguente – prosegue – gli ho detto di andare all’ospedale, ma lui non voleva, quando sono arrivati la prima volta ha firmato per restare a casa e l’ambulanza è andata via. Io mi sono messa a fare il minestrone in cucina, non mi sembrava così grave. Poi, invece, mi ha chiamato e l’ho portato in bagno, stava male ho chiesto di nuovo: “Chiamo il 118”. Ma lui non voleva, ancora una volta ha detto no, stavolta ho chiamato lo stesso e sono venuti a prenderlo». Dei presunti ritardi nei soccorsi e delle cause della morte si è occupato il professor Marco di Paolo che ha firmato la perizia richiesta dal pubblico ministero Tenerani e finita agli atti del procedimento.















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