
Ne parla, con divertente e divertita competenza,Gregorio Bottonelli, che mette, talvolta, il dito nella piaga del sospetto misogino di quegli studiosi che sono spesso incapaci persino di ammettere che delle donne abbiano potuto fare una poesia così compiuta, tanto sul piano della tecnica compositiva quanto su quello della vivezza di temi e sentimenti.
Due brave attrici e quattro dilettanti recitano, le prime, e leggono, le seconde,un buon numero di sonetti e un madrigale, interessanti tutti, belli molti, non pochi toccanti.Ma, soprattutto, tutti testimonianza di quanto le donne – certamente queste, colte e raffinate e potenti – sempre abbiano avuto lucida coscienza di sé, dell’inadeguatezza del ruolo nel quale le convenzioni le costringono e sempre abbiano coltivato fervida speranza di liberazione dalla “gabbia” che altri avevano costruito loro intorno.
Sarà un modo di riflettere sulla cosiddetta festa della donna, lontano dalla ritualità muffita delle manifestazioni che si ripetono, identiche a sé, di anno in anno, e una vera e propria avventura intellettuale. Cosa che non ha mai fatto male a nessuno. Anzi
Sursum corda, mulieres! Adeste!















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