
“L’Amministrazione Comunale non ha alcuna volontà vessatoria o persecutoria nei confronti delle scuole gestite da enti religiosi. Né tantomeno ha alcun interesse “ideologico” a farle chiudere. In una conferenza stampa, il Comune di Livorno ha tenuto opportuno precisare alcuni aspetti.
C’è stato un percorso tecnico portato avanti dal 2010 dagli uffici comunali, per l’applicazione del tributo Ici, con successiva strategia processuale. Da qui il recente pronunciamento del giudice della Cassazione a favore dell’operato del Comune. E all’orientamento indicato dalla Cassazione il Comune si dovrà attenere”. Lo ha sottolineato più volte la vicesindaco (con delega all’Istruzione) Stella Sorgente, nel corso di una conferenza stampa indetta a seguito delle polemiche suscitate dalle sentenze con la quale la Corte di Cassazione ha riconosciuto la legittimità della richiesta dell’Ici avanzata, nel 2010, dal Comune di Livorno, agli istituti scolastici del territorio gestiti da enti religiosi.
Stesso concetto ripetuto dall’assessore al Bilancio Gianni Lemmetti: ”Non abbiamo cavalcato o strumentalizzato in alcun modo il contenzioso, né le sentenze di questi giorni. Il percorso tecnico era stato avviato sotto la precedente Amministrazione, la Giunta Nogarin ha dato ampia fiducia agli uffici e atteso la sentenza della Cassazione, con l’esito che conosciamo. Dal punto di vista tecnico non possiamo che elogiare il lavoro svolto dall’ufficio Tributi e dall’Avvocatura Civica”.
Sia Sorgente che Lemmetti hanno ricordato che l’Amministrazione aveva avuto precedenti incontri con le scuole interessate e l’ufficio Tributi, nei quali era stata proposta un’ipotesi di conciliazione fra Comune e Istituti. Conciliazione che sarebbe stata vantaggiosa per le scuole stesse, rispetto ad un’eventuale sentenza favorevole per il Comune da parte della Cassazione, in quanto prevedeva la rateizzazione del tributo e la rinuncia, da parte del Comune, alla riscossione delle sanzioni. Ma le scuole stesse hanno invece preferito attendere l’esito del giudizio in Cassazione. “Se avessero accettato la nostra proposta non si troverebbero a dover pagare il 150% delle sanzioni che noi avevamo escluso”, ha sottolineato la vicesindaco.
A testimonianza dell’assoluta volontà di andare incontro alle scuole, l’assessore Lemmetti ha annunciato che l’Amministrazione sta studiando con gli uffici due ipotesi a seguito della sentenza. La prima ipotesi: “Stiamo valutando di utilizzare le risorse derivanti dalla nuova entrata, vincolandole alla manutenzione degli edifici scolastici”. Seconda ipotesi: ”Gli uffici stanno studiando la possibilità di stabilire aliquote agevolate nell’applicazione dell’imposta, tendenti allo zero, per le scuole che volessero stipulare forme di accordo con il Comune per la progettualità dell’offerta formativa, per la formazione degli insegnanti, ecc.”
Concludendo, dunque, massima apertura verso le scuole paritarie. “Ma anche – ha voluto ribadire l’assessore Lemmetti – estremo rispetto delle decisioni della Corte di Cassazione. Mi stupisce che altri Comuni siano usciti sui giornali criticando o disconoscendo l’operato dei giudici”. Si ricorda che il contenzioso che vede contrapposti il Comune ed alcuni istituti scolastici paritari, è sorto nel 2010 a seguito della notifica da parte dell’ufficio Tributi di avvisi di accertamento per omessa dichiarazione e omesso pagamento dell’Ici, per gli anni dal 2004 al 2009. In particolare gli importi relativi alle scuole “Santo Spirito” ed “Immacolata” sono pari a € 422.178,00. Si ricorda che anche la Commissione Provinciale Tributaria di Livorno aveva stabilito che l’ICI fosse dovuta, respingendo i ricorsi degli istituti. Con le sentenze 14225 e 14226 depositate l’8 luglio, la suprema Corte ha di fatto ribaltato quanto stabilito nei primi due gradi di giudizio, sentenziando che, poiché gli utenti della scuola paritaria pagano un corrispettivo per la frequenza, tale attività è di carattere commerciale, “senza che a ciò osti la gestione in perdita”. In proposito il giudice di legittimità ha precisato che, ai fini in esame, è giuridicamente irrilevante lo scopo di lucro, risultando sufficiente l’idoneità tendenziale dei ricavi a perseguire il pareggio di bilancio. E cioè, il conseguimento di ricavi è di per sé indice sufficiente del carattere commerciale dell’attività svolta.
Ma dal fronte Istituti religiosi giunge una nota a firma del prof. Alessandro Giovannini, avvocato difensore degli istituti religiosi.
1. IL PROCESSO NON È FINITO – Le recentissime pronunce della Corte di Cassazione non hanno scritto la parola fine alla vicenda: cassando con rinvio, il processo adesso torna nelle mani del giudice di appello toscano, che aveva dato della nozione di “attività commerciale” un’interpretazione molto diversa da quella della Cassazione. Davanti alla Commissione tributaria Toscana si potrà serenamente ricostruire il quadro complessivo della vicenda e, ferma l’interpretazione della Corte suprema, analizzare aspetti sui quali la Corte stessa non si è pronunciata, compresa la remissione degli atti alla Corte costituzionale.
Che il processo sia ancora aperto lo ha detto chiaramente il primo presidente della Corte di Cassazione in un inusuale comunicato stampa. Chi afferma il contrario è incompetente o è in evidente mala fede. In entrambi i casi, un ente pubblico, qual è il Comune, deve sempre perseguire l’obiettivo dell’imparzialità, senza mescolare, nel suo operare, ideologia o preconcetti.
2. LE LUCI DELLA RIBALTA. Voler conquistare le luci della ribalta è del tutto improprio, inadeguato ad una funzione amministrativa, com’è quella della riscossione dei tributi. Non è questione di “colore” della maggioranza che guida il Comune o di appartenenza ad uno schieramento partitico o ad un movimento, piuttosto che ad altro. Se si cercano le luci della ribalta, la questione si trasforma: diventa, per forza, politica e quindi il comportamento è all’evidenza ideologicamente ispirato. 2. LA FUNZIONE PUBBLICA DELL’ISTRUZIONE – La Cassazione non ha fatto una sentenza ideologica. Piuttosto ha dato della commercialità una lettura restrittiva, privilegiando l’elemento puramente economico del pagamento della retta, peraltro di misura inferiore, nei due casi livornesi, al costo medio per studente stabilito dal Ministero dell’istruzione. Così facendo, la Corte ha trascurato un altro elemento essenziale, il vero cuore dell’intera storia. L’attività svolta dagli enti religiosi – come enti privati – coincide con una funzione pubblica, qual é l’istruzione: se l’attività del privato é una funzione pubblica, affidatagli dallo Stato in convenzione e secondo una legge che lo autorizza a svolgerla in luogo dello Stato stesso, il trattamento impositivo deve essere identico.
3. L’ESENZIONE IMU. Sono questi i motivi per i quali, in tempi recenti, il legislatore ha stabilito l’esenzione dall’IMU delle scuole paritarie gestite da privati (non solo religiosi). La legge ora ha chiarito che, se la retta è di entità tale da coprire i costi medi della gestione, stabiliti dal Ministero dell’istruzione, l’attività svolta nell’immobile non è commerciale e quindi l’immobile stesso è senz’altro escluso dall’IMU. È noto come quest’ultima imposta abbia in realtà sostituito, nel tassare il patrimonio immobiliare, la vecchia ICI.
4. IL COMPORTAMENTO INECCEPIBILE DEGLI ENTI RELIGIOSI LIVORNESI. – A smentita di quanto dichiarato da alcuni politici del Comune di Livorno nei giorni scorsi, è indispensabile chiarire, senza tergiversare, che gli enti religiosi livornesi non sono evasori. Il loro comportamento, infatti, é sempre stato ispirato alla piena correttezza, seppure in un contesto normativo assolutamente caotico, come dimostra il fatto che il giudice di secondo grado aveva dato loro pienamente ragione e che in pochi anni sono intervenute ben sei modifiche normative per scelte “estemporanee” dei singoli Governi.
5. LA VIA D’USCITA. Ancora una volta, come da tempo scrivo e affermo in molti incontri pubblici, si sta scontando la miopia di un legislatore che interviene sull’emergenza senza una visione organica e una chiara volontà politica. Servirebbe, invece, il coraggio di una riforma fiscale radicale della finanza locale, ispirata al buon senso. Già il buon senso sarebbe molto.















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