
Sesso e denaro muovono il mondo.
No, non stiamo parlando dei nostri tempi, squallidi, miseri e corrotti: no, quella che è andata in scena ieri sera al Goldoni è stata la rappresentazione di un’epoca antica, distante anni luce a livello cronologico da noi, ma molto, molto simile per quanto riguarda le umane nefandezze. Una compagnia senza fissa dimora gira le piazze con il suo furgoncino hippie, raccontando storie di truffatori, di ingenui ed ingenue, di padri e mariti gelosi che finiscono però per perdere tutto. Esiste una nemesi implacabile per Boccaccio. Amor vincit omnia, sembra egli dire alla fine, anche sullo squallore e sulle miserie umane.
Avvicinarsi al capolavoro del genio toscano è un’impresa indubbiamente ardua, anche per una compagnia di attori di livello. Apprezzabile quindi lo sforzo di rimanere vicini, con i dovuti aggiustamenti linguistici, all’espressività, allo stile dell’Autore; l’unico elemento che ci àncora alla realtà contemporanea è il furgoncino a fiori, emblema di un periodo storico certo più vicino a noi ma anche simbolo di un’utopia di sogno e di cambiamento ormai superata ma ancora dotata di fascino.
Insomma, un classico piacevole e ben recitato, che scorre via piuttosto bene (due ore senza intervalli), per quanto a volte un po’ macchinoso, e forse, almeno per noi uomini e donne di oggi, cinici e disillusi, un po’ ingenuo. L’unica cosa che mi viene da dire è: quanto è stato aggiunto di originale rispetto alla grandezza del letterato certaldese? Vero è che non è affatto facile, vista l’immensità del personaggio. Ma, pur con tutto l’apprezzamento possibile per la buona recitazione vista, mi sentirei di dire: ma se ne sentiva davvero il bisogno?
Anna Maria Andreini















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